Ci hanno provato a più riprese imprenditori, politici, associazioni di categoria. Nessuno, ad oggi, è riuscito a rispondere alla fatidica domanda: perché mancano i lavoratori in Italia? Domanda e offerta di lavoro che non si incontrano. Imprese da una parte e manodopera dall’altra, due mondi che restano distanti.
Nel mezzo ci sono le false partite IVA, sottopagate ma con orari e incombenze da lavoratori dipendenti. Ci sono stagisti e apprendisti chiamati a prendere decisioni, a gestire servizi, ad assumersi responsabilità che richiederebbero ben altro inquadramento professionale e ben altra retribuzione. C’è chi ha accettato un contratto part time, ma poi lavora 50 ore la settimana. La chiamano manovalanza a basso costo.
È in questo sottobosco di sfruttamento senza regole e senza vergogna che si possono trovare tutte le risposte alla domanda: perché non si trovano lavoratori?
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Perché non si trovano lavoratori
Il tema del lavoro povero offre una chiave di lettura possibile: se il lavoro c’è, ma è sottopagato, non siamo più di fronte a un’opportunità, ma a situazioni di sfruttamento che poco hanno a che fare con la carriera e la realizzazione professionale e, men che meno, con il rispetto dei diritti e della dignità umana.
In Italia ci sono circa 24 milioni di lavoratori, tra dipendenti e autonomi. Dopo i tentativi di aprire un serio dibattito sul salario minimo, le opposizioni sono tornate alla carica sulla settimana corta. Una misura di civiltà che la leader del Pd, Elly Schlein, ha definito “la bussola che in tutta Europa sta guidando le grandi democrazie”, ma che la maggioranza di Governo non sembra gradire.
E allora, come nel gioco dell’oca, si ritorna al punto di partenza. Il problema è ancora lì. Il lavoro c’è ma nessuno lo vuole: il grande paradosso dei nostri tempi ce lo raccontano quasi quotidianamente i dati ufficiali. Gli ultimi, in ordine di tempo, sono quelli diffusi da Confcommercio, secondo cui nel terziario mancherebbero all’appello qualcosa come 260mila addetti. Un grande vulnus che azzoppa le imprese, frenandone lo sviluppo. Un mismatch che, anche in termini di competitività a livello internazionale, paghiamo a caro prezzo.
Cosa offrono le imprese
Fare un giro su social come LinkedIn o su siti dedicati a chi è in cerca di una occupazione equivale a compiere un viaggio illuminante in questa grande giungla chiamata mercato del lavoro. Rispondere a qualche annuncio o fare un colloquio è il primo passo per sondare il terreno e capire cosa il mercato offre in termini di compensi, perché domanda e offerta di lavoro faticano così tanto a incrociarsi e, in ultima analisi, il vero motivo per cui mancano i lavoratori.
Sul web troviamo davvero di tutto. Accanto agli annunci che descrivono la figura ricercata ma senza fornire informazioni esaustive sulla retribuzione prevista, ci sono quelli di aziende che senza pudore esplicitano i compensi da fame o addirittura descrivono incarichi da svolgere su base volontaria perché il vantaggio consiste nell’acquisire le agognate competenze.
Compensi da 6,51 euro l’ora, 800 euro per un part-time
Un’azienda di Bari, ad esempio, è alla ricerca di “operatori telefonici dinamici e motivati” da inserire nel team specializzato nella comparazione di offerte commerciali. Sul piatto l’opportunità di un compenso orario che parte da € 6,51 l’ora, più un compenso variabile commisurato al raggiungimento degli obiettivi.
In un report pubblicato qualche mese fa, Immobiliare.it riferisce che per l’affitto di una stanza a Roma si arriva a spendere anche 500 euro al mese. Ebbene, proprio nella Capitale ci si può ritrovare a lavorare per uno studio legale per 800 euro al mese, per un contratto part-time da segretaria.
A Torino, invece, un franchising immobiliare che abbiamo contattato fingendoci interessati a un annuncio offre un fisso da 1.200 euro (più fantomatici bonus) per svolgere un’attività come agente immobiliare a tempo pieno. “La risorsa selezionata – ci spiegano al telefono – si occuperà di pubbliche relazioni e ricerca immobili, gestione del portafoglio clienti, consulenze e appuntamenti”.
Il lavoro c’è, ma sottopagato e instabile
Si chiama “Lo Spioncino dei Freelance” ed è un progetto nato due anni fa nel tentativo di far emergere situazioni di abuso nella professione giornalistica. Una piattaforma dove gli addetti ai lavori, in forma anonima, caricano tariffe e informazioni su quanto pagano i giornali, le testate, i siti e i media in lingua italiana dove lavorano. Una dichiarazione di guerra al lavoro svalutato e ai limiti della legalità in nome della trasparenza che oggi conta oltre 200 segnalazioni.
Ma il lavoro sottopagato e instabile non è un’esclusiva della professione giornalistica. La chimera di una retribuzione coerente agli studi fatti ha ben altre proporzioni. Secondo l’Agenzia italiana per i Giovani, infatti, questa preoccupazione accompagna un giovane su due.
“Lavoro povero come condizione persistente”, non a caso, è l’espressione utilizzata dall’Iref (Istituto di ricerche educative e formative) nel report redatto grazie ai dati di Caf Acli. Condizione persistente ed esistenziale, quasi una malattia con cui si convive, che condiziona pesantemente la qualità della vita e che si accanisce in particolar modo sulle donne: il 20,9% delle occupate stabili, si legge nel documento, ha un reddito sotto i 15 mila euro annui (il 6% per gli uomini). Chi vive nelle aree interne in media guadagna oltre 3 mila euro in meno.
Carenza di personale qualificato, tutta colpa della formazione?
La tentazione, in tempi di reddito di cittadinanza, era quella di ricondurre l’intera questione all’immagine del fannullone sul divano che percepisce soldi dallo Stato e che da parassita vive sulle spalle della collettività.
Oggi che i rubinetti dell’assistenzialismo sono stati praticamente chiusi, l’attenzione mediatica si è spostata sulla carenza di adeguati percorsi di formazione che mettano i giovani nelle condizioni di acquisire le competenze che il mercato cerca.
La formazione in Italia certamente paga le conseguenze della sua scarsa capacità di guardare ai mestieri del futuro e ad un mercato del lavoro in continua evoluzione ma sarebbe riduttivo ricondurre unicamente alle falle del sistema formativo italiano le responsabilità di dinamiche che nascondono meccanismi molto più complessi.
Francesco Napoli, vicepresidente Confapi: “Mancano i lavoratori? Investire nelle competenze”
“Per risolvere il problema della carenza di profili qualificati – spiega il vicepresidente di Confapi, Francesco Napoli – è fondamentale investire nella formazione, nell’educazione continua e nella riqualificazione professionale. Solo attraverso un sistema educativo che prepari i giovani per le sfide del futuro e che offra opportunità di aggiornamento per i lavoratori più esperti si potrà evitare il rischio di un grave mismatch tra domanda e offerta nel mercato del lavoro”.
Le aziende provano ad assumere ma mancano i lavoratori. “Le aziende – chiosa Napoli -devono anche comprendere che la competitività non si misura solo in termini di salari, ma anche nella capacità di attrarre e motivare talenti attraverso un ambiente di lavoro stimolante, un riconoscimento delle competenze e una vera valorizzazione del capitale umano”.
C’è poi il tema della gestione della transizione verso un mondo dominato dall’intelligenza artificiale che deve essere inclusiva e sostenibile. “Le politiche pubbliche – dice il vicepresidente di Confapi – dovranno accompagnare le aziende e i lavoratori in questo cambiamento, riducendo i rischi legati all’automazione e promuovendo nuove opportunità di lavoro in settori innovativi”.
“Il futuro del lavoro – conclude – è indissolubilmente legato all’equilibrio tra formazione, innovazione tecnologica e opportunità economiche. Le sfide sono grandi, ma altrettanto grandi sono le opportunità per creare un mercato del lavoro più dinamico, equo e capace di rispondere alle sfide del XXI secolo”.
Quanti lavoratori mancano? Ecco la lista degli “introvabili”
Nel suo ultimo bollettino mensile, Unioncamere ci dice addirittura quanti lavoratori mancano: quasi 500 mila quelli richiesti dalle imprese solo nel mese di gennaio, con una difficoltà di reperimento che sfonda quasi il tetto del 50%. Parliamo di imprese che vogliono assumere ma che non trovano i candidati giusti in un caso su due. Unioncamere prova anche a tracciare i profili professionali più ricercati:
- operai specializzati (66,9%);
- analisti e specialisti nella progettazione di applicazioni (62,1%);
- ingegneri (58,5%);
- tecnici della gestione dei processi produttivi di beni e servizi (67%);
- tecnici della salute (63%);
- operatori della cura estetica (59,8%);
- professioni qualificate nei servizi sanitari e sociali (55,9%).
Malorgio, segretario generale Filt Cgil: “I salari non crescono perché la produttività resta bassa”
Ma tra i cosiddetti “introvabili” ci sono anche molte figure del settore dei trasporti: autisti di bus, autotrasportatori e lavoratori del settore marittimo. “I motivi sono diversi – spiega a Partitaiva.it il segretario generale Filt Cgil, Stefano Malorgio – da un lato c’è la crescita del settore a cui corrisponde per forza di cose una maggiore richiesta di personale. I numeri di viaggiatori e di merci, infatti, sono cresciuti in modo esponenziale nella fase post Covid. Dall’altro, questo settore non viene più reputato attrattivo dagli stessi lavoratori”.
Spesso si sente ripetere che le aziende non trovano il personale perché la retribuzione è da fame. Ma perché gli stipendi sono bassi? Secondo Malorgio i salari non crescono perché la produttività del Paese non aumenta. “Se guardiamo ai numeri – prosegue il sindacalista – l’Italia è praticamente ferma dagli anni Novanta. Se non produci valore, non distribuisci nulla. I salari non crescono perché il nostro Paese ha smesso di essere competitivo. Posso anche pagare bene un contratto ma se il mio settore non produce valore, allora non si va da nessuna parte. Nel caso specifico dei trasporti, parliamo di un lavoro sottoposto a turni e che spesso si svolge quando tutti sono a casa a dormire. Chi lavora nei trasporti lo fa di notte, lo fa la domenica, lo fa durante i giorni festivi”.
Il segretario Malorgio non ha dubbi: siamo di fronte a un tema che necessita di una risposta politica e trasversale. “Più qualità, salari più alti e migliori condizioni per tutti, a maggior ragione per quei lavori particolarmente stressanti ma che hanno una importanza centrale per il sistema produttivo”, conclude.
Patrizia Penna
Giornalista professionista